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www.spiritoconlascure.it Il Forum di Za-gor Te-nay
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Asta CATAWIKI Tex e Zagor
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Magico Vento Zagoriano Expert


Registrato: 07/04/21 20:14 Messaggi: 1000 Località: Blizzard
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Inviato: Mar Nov 11, 2025 10:50 am Oggetto: |
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di Berardi / Milazzo (4)
Una storia dal forte impegno sociale, uno dei tratti distintivi della scrittura di Berardi e uno di quelli che più la fanno apprezzare al sottoscritto. Il tema centrale qui è la causa degli indiani d’America, secondo una sensibilità che in realtà era già emersa sin dal primo numero. È forse anche la prima avventura veramente “moderna” della serie (insieme a quella che la seguirà): la sceneggiatura ingrana finalmente una marcia in più e si intravede che i toni stanno raggiungendo una piena maturazione, tanto che, dopo due numeri solo discreti, ci troviamo davanti a un albo eccellente, capace di reggere il confronto con il folgorante esordio.
Ken approda a Washington e, dopo aver scandalizzato i cittadini benpensanti con il suo abbigliamento poco ortodosso, incontra Ely Parker Donehogawa, storico capo dell'Ufficio per gli affari indiani. Da qui prende vita la celebre e indimenticabile scena in parlamento. Oltre alla battuta memorabile che Ken, indignato, rivolge ai parlamentari - “Se questa gente rappresenta l'America… io mi vergogno di essere americano!” - tra le più potenti dell’intera serie, è evidente come Berardi scelga di concentrare l’attenzione su un tema che, ahinoi, è tristemente tornato in ballo proprio in questi mesi: parlo, ovviamente, di genocidio. Non meno incisive sono le parole di Donehogawa, cariche di una verità che risuona tragicamente reale: “Non è la prima volta che sento parlare di destino, di provvidenza, di arbitri supremi, quando si dovrebbe parlare di interessi economici, di corruzione, di razzismo!”. E ancora, in una doppia splash page innovativa per l’epoca: “Si parlò di spirito umanitario, quando gli indiani furono concentrati a ovest... ma ora anche quelle terre fanno gola a un branco di commercianti e di politici senza scrupoli! Io accuso gli Stati Uniti d’America di genocidio!”. Parole che restano scolpite, eppure sembrano destinate, ieri come oggi, a cadere nel vuoto, inascoltate da chi chiude gli occhi davanti all’evidenza indiscutibile di uno sterminio intenzionale e programmato. È facile comprendere e condividere il disgusto di Ken verso una nazione che si rende complice (se non addirittura colpevole, come nel suo caso) di tale abominio.
La modernità di quest’albo si nota anche nell’approfondimento del lato più umano, tragico e malinconico del protagonista. La sua passeggiata silenziosa tra gli alberi spogli, con le foglie che cadono attorno (in origine accompagnata dal pensiero “In una città, un uomo solo è veramente solo…”, quasi un’eco di Taxi Driver, uscito appena l’anno prima), è una sequenza visivamente potentissima.
Lo stesso vale per la scena in cui rifiuta le avances della nipote del generale salvato nell’albo precedente: “Siete bellissima… ma io non accetto la pietà di nessuno!”, ricevendo in risposta uno schiaffo e rimanendo a osservare, assorto nei suoi pensieri, la donna che se ne va per sempre. Ancora, quando è costretto a lasciare Washington senza salutare la famiglia di Donehogawa perché la governante lo accusa velatamente di aver portato solo guai e spiriti maligni, la solitudine del personaggio si fa sentire con forza. Anche le sequenze d’azione assumono qui uno stile più disteso e cinematografico, come l’inseguimento dell’assassino di Donehogawa (nonostante nella prima versione ci fossero ancora alcune didascalie e pensieri). È vero, storicamente Donehogawa non fu assassinato, e a qualcuno questo scarto dalla realtà può dare fastidio, ma davanti a una storia così potente e carica di pathos è un dettaglio che si può perdonare.
Lasciata l’ambientazione urbana della prima parte, ci si sposta poi nella natura selvaggia e innevata del Montana a gennaio. Qui, come spesso accade nelle storie di Berardi, prende forma un intreccio a tinte gialle, ma non solo. Oltre alla disillusa visione sulla questione indiana (“Gli uomini rossi avranno sempre problemi”), la vicenda si risolve in un dramma inaspettato: uno a uno, tutti gli amici di Ken apparsi finora incontrano una morte violenta. Un finale doppiamente coraggioso, in quanto addirittura la sorte di Ken resta sospesa, ferito e in fin di vita, e il colpevole non viene né consegnato alla giustizia né ucciso dal protagonista, come sarebbe stata invece la norma per una storia dell’epoca. Si assiste infatti, con questa spiazzante conclusione, alla nascita di un vero e proprio ciclo di alcuni albi in continuity, con la caccia a Welsh come filo conduttore, elemento allora sorprendentemente innovativo per un fumetto Bonelli.
Anche Milazzo compie, da quest’albo in avanti, un vero salto di qualità. I suoi disegni appaiono molto più maturi rispetto ai precedenti: a suo agio tanto nelle ambientazioni urbane quanto in quelle naturali e nelle complesse scene di battaglia, dimostra una crescita evidente, pur non avendo ancora raggiunto le vette eccelse che toccherà a breve. Spettacolare anche la copertina, divenuta ormai iconica.
Storia: 9
Disegni: 9 |
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Magico Vento Zagoriano Expert


Registrato: 07/04/21 20:14 Messaggi: 1000 Località: Blizzard
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Inviato: Sab Apr 18, 2026 11:31 am Oggetto: |
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di Berardi / Milazzo (5)
Un fumetto epocale che, per ritmo, evocatività visiva, scorrevolezza e respiro narrativo, sembra un cult cinematografico, tanto più convincente se si considera che il tutto è racchiuso in “sole” 96 tavole. Chemako è il primo grande capolavoro dell’indimenticabile personaggio creato da Berardi e Milazzo: un episodio che parla di integrazione, d’amore e di guerra, di differenze, di culture e di scontro tra civiltà, con una sensibilità che pochi sceneggiatori sanno trasmettere.
A seguito della grave ferita alla testa infertagli da Welsh alla fine del precedente episodio, Ken Parker perde la memoria e viene accolto da una tribù di indiani Hunkpapa, che lo ribattezzano Chemako, ovvero “colui che non ricorda”. Oltre a una scelta narrativa tanto interessante quanto efficace, come quella della perdita della memoria (ripresa circa vent’anni dopo da Manfredi per il suo capolavoro Magico Vento), va sottolineata la grande precisione storica di Berardi, che non parla genericamente di Sioux o Lakota, ma sceglie il gruppo specifico degli Hunkpapa, lo stesso che ha dato i natali al carismatico Toro Seduto.
L’attenzione dell’autore non si rivolge soltanto alla Storia, ma anche e soprattutto all’umanità dei personaggi, che emerge nel rapporto che si instaura poco per volta tra Belle McKeever (rapita dagli indiani e nelle cui fattezze si può cogliere un richiamo a Candice Bergen in Soldato Blu) e il capo Ottawa, così come in quello tra Ken e la vedova Tecumseh. Il primo legame è quello su cui Berardi si sofferma maggiormente, regalandoci momenti di profonda intensità, come quando Belle, dopo aver tentato la fuga e aver visto Ottawa disposto a sacrificarsi per lei, dice con le lacrime agli occhi: “E poi... una squaw segue sempre il suo uomo, no?”.
Altro passaggio memorabile è il confronto tra i due, in cui Ottawa cerca di essere ottimista, confidando nel fatto che il Dio dei bianchi parli di pace e amore, mentre Belle lo riporta alla cruda realtà: “La mia gente ha un solo Dio: il denaro... e distrugge tutto ciò che non può comprare”. In queste battute si condensa l’anima stessa del racconto: un equilibrio costante tra speranza e tragedia, leggerezza e dolore. Per buona parte della storia Berardi alterna siparietti divertenti e momenti di serenità apparente, salvo poi lasciare che l’inevitabile durezza della vita conduca tutto verso un dramma amaro e toccante.
La morte di Tecumseh e quella di Ottawa (“Il Grande Bisonte Bianco viene a prendermi...”) segnano un punto di non ritorno che sfocia in un finale perfettamente riuscito e indimenticabile. Commovente la scena conclusiva, in cui il piccolo Theba, figlio adottivo di Ken e altro splendido personaggio di questo racconto, chiede all’uomo che ha finalmente ritrovato la memoria: “Ora che hai di nuovo la memoria non ti scorderai di me, vero?”. È uno di quegli episodi perfetti della serie che hanno fatto amare smisuratamente il personaggio ai suoi lettori.
Anche ai disegni Milazzo offre qui la sua prova migliore fino a questo momento: il suo tratto, che sta diventando sempre più definito e personale, emerge in numerose tavole e sembra starsi avvicinando al futuro apice della sua parabola artistica e visiva. Persino la copertina possiede qualcosa di meravigliosamente tragico e profondamente malinconico: bellissima.
Storia: 10
Disegni: 9,5 |
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Magico Vento Zagoriano Expert


Registrato: 07/04/21 20:14 Messaggi: 1000 Località: Blizzard
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Inviato: Sab Apr 18, 2026 11:32 am Oggetto: |
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di Berardi / Alessandrini (6)
Il sesto numero della serie di Ken Parker si fa ricordare per una serie di motivi. Il primo è senza dubbio che si tratta della prima storia non disegnata dal suo creatore grafico, Milazzo, il quale, non potendo umanamente occuparsi di tutti gli albi, cede per l’occasione il posto a Giancarlo Alessandrini, futuro creatore di Martin Mystère. Il secondo è il suo poetico titolo, Sangue sulle stelle, che si ricollega a uno dei momenti più toccanti dell’episodio: la morte del simpatico vecchietto - e nuovo vicesceriffo - Otis tra le braccia di Ken. Si fa ricordare, in terza battuta, anche in negativo, per non essere tra le storie più riuscite dei primi numeri, soprattutto se si considera che questo episodio segue due autentiche pietre miliari della serie e precede un ciclo di racconti davvero ottimi.
Il soggetto è molto classico e sembra rifarsi a una serie di stereotipi o topoi del genere western, in primis la città senza legge, in cui c’è bisogno di un eroe tutto d’un pezzo che in poco tempo risolva la situazione e ristabilisca la giustizia. Nonostante questi spunti di partenza non particolarmente originali, si nota comunque la capacità di Berardi di rinnovare e aggiornare alcuni di questi stilemi, soprattutto con l’inserimento della vicenda più innovativa - e drammatica - dell’episodio: l’assassinio a sangue freddo di un bambino innocente, seguito dal suicidio della madre. È questo l’evento che spinge definitivamente Ken a indossare la stella da sceriffo e a provare finalmente a sistemare le cose in città. Lo aveva detto egli stesso alla madre del piccolo Marcus: “Fuggire non serve a niente... Bisogna combattere all’interno, per cambiare le cose...”.
In questo episodio si assiste a un Ken più glaciale, duro, addirittura arrogante, più vicino a un Tex Willer che al consueto Lungo Fucile. Poiché la storia è scritta dal suo stesso creatore, e non si può quindi parlare di tradimento del personaggio, la motivazione di questo cambiamento sembra risiedere proprio nella frattura inevitabile che un evento come la morte, del tutto evitabile, di un bambino e di tutti i suoi sogni può provocare anche in un uomo come lui, da sempre a stretto contatto con la durezza della vita, con la morte e con le ingiustizie. Ed è proprio per questo che tutte le sue azioni nell’albo assumono un peso e un significato maggiori.
Pur senza essere memorabile, la sceneggiatura non annoia mai e si rialza soprattutto nel finale, con la scoperta dell’assassino di Marcus - anche se forse questo tratto da “giallo” non si integra perfettamente con il resto della narrazione - e ancor più con la scena conclusiva, in cui Ken lascia che siano i cittadini stessi a decidere cosa fare del colpevole, per dirigersi invece verso la tomba del piccolo Oscar. All’interno di una vignetta potente ed emozionante, il ricordo delle parole del bambino risuona nella mente di Ken e del lettore duro come un macigno: “Un giorno sarò il più grande sceriffo del West!”. La bellezza di Ken Parker sta anche in questo: nel mostrare la realtà senza filtri, senza edulcorarla, mantenendo sempre uno sguardo disilluso e disincantato.
Il tratto di Alessandrini è ancora acerbo e modesto. Non solo alcune pose e inquadrature risultano rivedibili, ma il volto stesso del protagonista non appare del tutto centrato, spesso perfino diverso da vignetta a vignetta.
Molto bella la copertina di Milazzo, impreziosita anche da un’ottima colorazione ad acquerello.
Storia: 7,5
Disegni: 6,5 |
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One Eyed Jack Mister Forum 2012


Registrato: 04/11/03 17:02 Messaggi: 52548 Località: Cagliari
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Inviato: Lun Apr 20, 2026 9:30 am Oggetto: |
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Ho sempre avuto un'impressione (non so quanto fondata), e cioè che questa storia sia stata realizzata in fretta e furia per coprire un buco.
Mi spiego meglio: gli albi precedenti e quelli successivi sono strettamente connessi in termini di continuity, e in particolare siamo nel bel mezzo della minisaga dedicata a Welsh, il principale nemico ricorrente di Ken (perlomeno se parliamo della serie originale).
E' noto che il primo numero di Ken Parker, perfettamente autoconclusivo, sia stata commissionato anni prima (credo nel 1974) per essere inserito in un albo qualunque della Collana Rodeo. Bonelli, però, rendendosi conto che questi due autori semisconosciuti avevano potenzialità enormi, ritardò la pubblicazione e chiese loro di mettere in campo un secondo albo, poi un terzo... finché nel 1977 si decise a pubblicare una serie a se stante con protagonista Ken Parker.
Ecco, è come se Berardi, che aveva in origine pianificato le sole storie di Welsh e non avendo Millazzo i tempi e le possibilità di realizzare un albo al mese, abbia scritto in un secondo momento "Sangue sulle stelle" e destinandola ad Alessandrini, significativamente distaccato dagli episodi precedenti e successivi, giusto per consentire a Milazzo di fare il suo lavoro con i tempi necessari. In seguito le cose si sarebbero stabilizzate e l'alternanza di Milazzo con gli altri disegnatori sarebbe stata pianificata con calma e senza ulteriori e visibili stacchi di continuity.  _________________
Dicono di me...
"Direi che si qualifica per quello che è: un buzzurro ignorante."
"Qualcuno che spesso emette un latrare fastidioso mentre pratica l'ondinismo"
"Come volevasi dimostrare, il Guercione non capisce un tazzo di fumetti!! Bravo, continua a legge' 'ste stronzate!!!" |
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Magico Vento Zagoriano Expert


Registrato: 07/04/21 20:14 Messaggi: 1000 Località: Blizzard
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Inviato: Sab Mag 16, 2026 11:08 am Oggetto: |
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Sì, probabilmente andò così. Comunque è apprezzabile che, per quanto la storia sia slegata dalla precedente e dalle successive, en passant in qualche vignetta si fa riferimento al viaggio di Ken verso il Messico e alla sua vendetta contro Welsh.
Quando, per dire, nei primi numeri di Magico Vento a volte negli episodi fuori continuity non si faceva nemmeno questo, penso a La Bestia (in cui sarebbe bastata una semplice battuta di Ned o Poe in cui dire che stavano tornando da Chicago al villaggio lakota) o soprattutto a Windigo, ambientato improvvisamente tra le nevi senza una vera e propria spiegazione. |
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Magico Vento Zagoriano Expert


Registrato: 07/04/21 20:14 Messaggi: 1000 Località: Blizzard
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Inviato: Sab Mag 16, 2026 11:09 am Oggetto: |
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di Berardi / Milazzo (7)
Dopo la parentesi del numero precedente, in questa storia ritroviamo Ken sulle tracce di Donald Welsh, il sicario che aveva ucciso Ely Donehogawa e causato la guerra tra gli indiani Dakota e i soldati di Fort Smith nel Montana, come raccontato nell’episodio Omicidio a Washington. La volontà di vendicare questi crimini conduce Ken in Messico, dando inizio a uno spettacolare ciclo di storie fortemente collegate che porteranno il nostro protagonista in giro per gli Stati Uniti sempre sulle tracce dello sfuggente assassino. Se non il migliore, questo è senz’altro uno dei periodi più felici della saga, con una continuity brillante e ben orchestrata che andrà poi purtroppo progressivamente a perdersi nel corso della prima serie.
Davvero brillante la sceneggiatura di questo episodio, ricca di situazioni e soprattutto di personaggi ben delineati. Primo momento di rottura dell’albo è il dialogo tra Ken e l’altro “gringo” incontrato nel deserto (con le fattezze di Jack Elam), in cui si contrappongono due visioni della vita e della morale umana completamente opposte: una cinica e disillusa, l’altra ancora ancorata alla possibilità di valori universali. “Gli uomini nascono uguali, ma la vita li rende diversi!”
“La pistola li rende diversi!”
“Chissà, forse un giorno non ci sarà più bisogno di portare armi.”
E il lettore finisce per sperare con lui, per quanto la fiducia espressa da Ken appaia utopica, difficilmente realizzabile nella concretezza del mondo.
Piuttosto ben riuscita la trovata narrativa per cui è proprio il pistolero, scambiato per Ken, a venire ucciso al suo posto dai soldati del sergente Navarro, al quale Ken si era rivolto sperando di ottenere informazioni su Welsh. Ken ha così modo di salvarsi, aiutato da una giovanissima prostituta; a Berardi bastano pochissime vignette per renderla estremamente viva ed eloquente.
I comprimari più interessanti e cruciali dell’episodio sono però i due saltimbanchi girovaghi Carmen e Ramon, che Ken scoprirà ben presto essere in realtà rivoluzionari e sicari politici. Qui ha luogo un altro bellissimo momento di confronto tra Ken e un altro personaggio, in questo caso Carmen.
“Tra noi c’è una differenza sostanziale: tu uccidi per una meschina vendetta personale, io per un ideale!”
“Comunque, il risultato non cambia!”
Poco dopo compare un colpo di scena imprevedibile ma lieto, con il ritorno inaspettato di Dash, scout e amico di Ken dato per morto, anch’egli sulle tracce di Welsh.
Perfettamente gestito il finale, con la cattura dei quattro, le nuove rivelazioni su Carmen e l’arrivo improvviso dei soldati di Huerta. Nella conclusione dell’episodio emerge, come in altri frangenti, la bravura di Berardi nel costruire meravigliose didascalie, che di lì a poco verranno progressivamente abbandonate per lasciare spazio a un linguaggio sempre più cinematografico e visivo, qui già chiaramente in fase di definizione e straordinariamente efficace. “Poco più tardi, mentre la notte indietreggia davanti all’aurora, il cupo mantello della morte si stende a coprire ogni cosa…”
Il tutto è seguito da una tavola finale mozzafiato, quasi sclaviana nella sua potenza visiva, se non fosse che il personaggio di Dylan Dog ancora non era nato.
A completare questa scoppiettante e solida sceneggiatura, troviamo un Milazzo in forma sgargiante, che dopo aver ceduto il testimone ad Alessandrini per la storia precedente torna con quella che è probabilmente la sua miglior prova fino a questo momento. Il disegnatore si trova infatti nel pieno di una straordinaria parabola grafica che lo porta a migliorare di albo in albo. Il suo tratto è perfetto per dare forma concreta allo stile cinematografico dello sceneggiatore e per risultare eloquente proprio dove mancano il dialogo e le parole.
A confezionare il tutto, una splendida copertina dello stesso Milazzo, che offre un perfetto assaggio del setting e dell’atmosfera dell’episodio.
Storia: 9+
Disegni: 9+ |
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Magico Vento Zagoriano Expert


Registrato: 07/04/21 20:14 Messaggi: 1000 Località: Blizzard
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Inviato: Sab Mag 16, 2026 12:16 pm Oggetto: |
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di Berardi / Milazzo (8)
Si conclude in questo albo la lunga caccia di Ken nei confronti di Donald Welsh, il sicario che ha causato la guerra fra i Dakota e l’esercito nel quarto episodio della serie. Un episodio ricco di azione che si distingue ancora una volta per il grande spazio lasciato ai comprimari, in particolare allo stesso Welsh. Basta guardare la lunga sequenza iniziale completamente priva di Ken, che entra in scena praticamente solo a metà episodio (dopo circa quaranta pagine).
L’incipit, quasi in medias res, è di forte impatto: particolarmente efficace la sequenza in cui Welsh, ferito e caduto in mare nei pressi della baia di San Francisco, deve affrontare degli squali, in una scena molto cinematografica, quasi sospesa nella sua evocatività, impreziosita da alcune bellissime vignette scontornate di Milazzo. Giunto fortunosamente a Frisco, Welsh incontra l’altro personaggio fondamentale dell’episodio, la borseggiatrice Donna Ashford, che si innamora presto del sicario, e successivamente il dentista Jack Boots, che verrà sostanzialmente utilizzato dai primi due per mettere in atto il loro piano: l’assalto alla locale Zecca dello Stato.
In questo frangente emerge in modo ancora più netto la totale indifferenza e il distacco di Welsh verso tutto ciò che non riguardi il bottino, al punto da non preoccuparsi minimamente dei mezzi con cui Donna dovrà convincere il dentista: “Fai quello che devi. Sono i risultati che contano”.
Intanto Ken e Dash, sulle tracce di Welsh, arrivano a Frisco dove iniziano la loro indagine, narrata da Berardi con grande capacità di costruzione e ritmo. In questi passaggi emerge anche, talvolta, la vena umoristica dello sceneggiatore, che in alcuni casi risulta esilarante, come nella scena in cui un lavoratore viene inseguito da Ken, che lo ha scambiato per Welsh, e lo implora: “Non mi uccidete, prego... Ho tredici figli da mantenere...”.
Coinvolgente la sequenza del colpo alla Zecca, in cui una delle trovate più ingegnose consiste nell’utilizzo delle bombole di gas esilarante del dentista per addormentare la guarnigione di soldati di guardia. L’altro colpo di genio di Welsh è invece l’impiego di una mongolfiera per allontanarsi rapidamente dal luogo del crimine. Da qui prende avvio una serrata sequenza finale, dal tono epico e dal pathos davvero eccezionali, in cui sembra quasi di veder scorrere davanti agli occhi un riuscitissimo film d’azione.
Un finale a dir poco splendido, in cui Welsh conferma ancora una volta la sua natura priva di scrupoli, disposto non solo a uccidere il dentista per alleggerire la mongolfiera, ma addirittura a sparare a Donna, all’interno di una tavola superbamente costruita e illustrata, in cui la ragazza passa dallo spavento al sollievo e infine allo stupore per il tradimento dell’uomo di cui si fidava.
Il duello tra Ken e Welsh è all’altezza di un inseguimento così lungo: uno scontro sott’acqua suggestivo e memorabile, che chiude un cerchio ideale con l’apertura dell’episodio.
Milazzo firma una prova eccellente, che accompagna la sceneggiatura con estrema professionalità e maestria. Il suo stile si sta definendo sempre più chiaramente e, in alcune vignette, emerge con maggiore decisione quella linea sintetica, essenziale e quasi nervosa che caratterizzerà progressivamente il suo tratto. Resta notevole la resa espressiva dei personaggi, ma in questo albo a spiccare è soprattutto la dinamicità, particolarmente evidente nelle numerose scene d’azione. Convincente anche la copertina, con San Francisco sullo sfondo notturno.
Storia: 9,5
Disegni: 9,5 |
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Magico Vento Zagoriano Expert


Registrato: 07/04/21 20:14 Messaggi: 1000 Località: Blizzard
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Inviato: Ven Set 18, 2026 5:08 pm Oggetto: |
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di Berardi / Alessandrini (9)
Con Caccia sul mare, Berardi propone una personale rilettura di Moby Dick, conservandone gli elementi fondamentali ma introducendo al tempo stesso una sensibilità tutta sua. In particolare, forse con un certo azzardo, sembra di intravedere qui per la prima volta, seppur ancora in nuce, quella tendenza a concentrare l'attenzione meno sulla trama in sé e più sulla bellezza ampia e distesa della natura selvaggia e delle azioni quotidiane che si svolgono al suo interno. Una poetica che troverà piena maturazione ne Il respiro e il sogno, la quadrilogia di storie mute in cui la vera protagonista diventa il ciclo della natura e delle sue creature.
Ken viene ingaggiato con la forza come marinaio sulla New England, una baleniera diretta verso le acque dello stretto di Bering. La trama è lineare e piuttosto semplice, perché l'interesse dell'autore si concentra soprattutto sull'eterno rapporto, fatto di equilibrio e conflitto, tra uomo e natura e sulla descrizione immersiva della vita di bordo e delle tecniche della caccia alla balena, con un'attenzione che richiama direttamente Melville: «Il mare diventa qualcosa di più di un mestiere... È una ragione di vita, la nostra casa...». Berardi dedica inoltre grande cura al processo di adattamento di Ken, cresciuto tra le montagne, all'immensità dell'Oceano Pacifico, rendendolo credibile anche dal punto di vista psicologico. Emblematico, in questo senso, è il tentativo del protagonista di comprendere le dinamiche della caccia alla balena mettendole in relazione con le esperienze maturate durante la caccia ai daini.
Fra gli avvenimenti degni di nota vanno ricordati anche l'ammodernamento del fucile Kentucky di Ken, modificato per consentire una ricarica più rapida, e il commovente saluto a Dash nelle pagine iniziali.
Emerge molto bene anche quella comicità spontanea, cameratesca e profondamente realistica che Berardi sa disseminare nelle sue storie senza spezzarne il tono. Dialoghi come questo sono un piccolo gioiello:
«Se vedi qualcosa, urla. Qualsiasi cosa!»
«Aahh!»
«Che c'è?»
«Un gabbiano!»
«Va' all'inferno!»
A emergere è anche il messaggio sociale e politico di Ken e, inevitabilmente, del suo autore. Berardi denuncia lo sfruttamento dei marinai e le profonde ingiustizie di una società fondata sulle disuguaglianze, ribadendo però che, per quanto radicate, esse non debbano essere considerate immutabili.
«Da che esiste il mondo ci sono sempre stati i ricchi e i poveri!»
«Non è un buon motivo perché le cose non debbano cambiare!»
Significativa anche la battuta sarcastica di Ken sul concetto di "civiltà", pronunciata dopo il comportamento apertamente razzista del nostromo Hardy nei confronti dell'eschimese Nanuk.
Potente infine il finale, costruito attraverso un efficace crescendo di tensione e una riuscitissima narrazione alternata tra l'epico scontro con il capodoglio e lo stupro della moglie del capitano da parte di un marinaio: una scena di rara brutalità, decisamente insolita per un albo Bonelli dell'epoca.
Alessandrini, dopo un esordio non del tutto convincente pochi numeri prima, offre qui una prova decisamente più solida. L'ambientazione marina e gli spazi sconfinati valorizzano il suo tratto, che riesce a esprimersi con maggiore efficacia. Restano alcune imprecisioni e semplificazioni eccessive, come la rappresentazione quasi onnipresente di gabbiani estremamente stilizzati o delle stelle nel cielo, rese con un gusto quasi naïf. Rimane anche il rimpianto di non aver potuto vedere un maestro come Milazzo confrontarsi con atmosfere tanto suggestive; in compenso, ci regala una copertina splendida, perfettamente in linea con il tono epico della storia.
Storia: 8,5
Disegni: 7,5 |
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Magico Vento Zagoriano Expert


Registrato: 07/04/21 20:14 Messaggi: 1000 Località: Blizzard
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Inviato: Ven Set 18, 2026 5:09 pm Oggetto: |
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di Berardi / Marraffa (10)
«Se ho ben capito, nella vostra religione non esiste un inferno.»
«Noi non ha. Mio pensa che l’inferno è questa vita. Ecco perché noi non teme la morte.»
Questi sono solo alcuni esempi dei bellissimi scambi di battute tra Ken e l’inuit Nanuk che infarciscono questa storia naturalistica – in cui a fare da padrone è la forza selvaggia del creato – e che regalano momenti tanto di riflessione filosofica quanto di leggerezza. Riprendendo esattamente da dove si era interrotto il numero precedente, la storia vede Ken, Nanuk, il capitano e sua moglie dispersi tra i ghiacci dell’Alaska, in cerca di cibo, salvezza, un riparo e, possibilmente, una traccia di uomini.
Ciò che ne viene fuori è una vera e propria odissea tra i ghiacci, tormentata e disperata, più volte sull’orlo della morte più tragica. E sarà proprio la solidarietà tra due amici come Ken e Nanuk a fornire ripetutamente una via di salvezza, proprio quando ogni speranza sembra ormai destinata a morire. Berardi alterna con grande sapienza il tono avventuroso a quello più documentaristico, dimostrando in più occasioni un’attenzione realistica alle caratteristiche e alle insidie di quei luoghi, arrivando in certi passaggi quasi a trasformare la storia nel diario di viaggio di una spedizione reale. La sopravvivenza diventa così il vero motore della narrazione, mentre la natura assume quasi il ruolo di un antagonista implacabile ma inconsapevole.
Non mancano i momenti di pathos e i colpi di scena, in particolare quelli legati al capitano e alla triste morte della sventurata moglie. Anche con il cinico capitano si instaurano alcuni feroci scambi di battute che dimostrano ancora una volta la filosofia di Ken Parker: «Certe differenze qui non hanno nessun valore. Forse è l’unico posto sulla Terra in cui gli uomini possono sentirsi uguali, perché ognuno deve saper fare di tutto per sopravvivere». Una frase che sintetizza perfettamente uno dei temi centrali della storia: di fronte alla potenza della natura e alla necessità di sopravvivere, le differenze sociali e culturali perdono improvvisamente ogni significato.
Soddisfacente anche il finale, in cui la caccia all’orso viene descritta in modo quasi imparziale, senza un tifo esplicito per l’uomo. Ken arriva addirittura a empatizzare con l’animale ferito quando scopre che sta girando in tondo nel tentativo di allontanarli dalla tana e quindi dai suoi cuccioli. È un momento particolarmente significativo, perché ribadisce ancora una volta lo sguardo rispettoso e profondamente umano con cui Berardi racconta il rapporto tra uomo e natura.
Ai disegni esordisce Bruno Marraffa con una prova complessivamente convincente. Pur mostrando alcuni limiti e un tratto molto tradizionale nelle figure intere, si rivela spettacolare soprattutto nei primi piani, fortemente tratteggiati e molto evocativi, notevoli per un albo del 1978. Buona anche la resa dell’ambientazione innevata e degli sterminati paesaggi tra i ghiacci, che contribuisce a trasmettere efficacemente il senso di isolamento e ostilità dell’ambiente.
Perfettamente riuscita, ancora una volta, la copertina di Milazzo, capace di reinterpretare in una sola immagine molti degli elementi più iconici della storia e di restituirne efficacemente il carattere avventuroso e naturalistico.
Storia: 8,5
Disegni: 7,5 |
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